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Chi l’avrebbe mai detto che le scene del crimine più ambigue e complesse potessero essere risolte da una squadra di minuscoli batteri?!

La discriminazione dei fluidi corporei rinvenuti durante un sopralluogo (sangue, liquido seminale, secrezioni vaginali, saliva, ecc.) è fondamentale per la comprensione degli eventi accaduti sulla scena del crimine.

Nessun metodo attualmente disponibile è in grado di garantire un’adeguata sensibilità e specificità all’analisi di campioni complessi ed eterogenei e contemporaneamente di discernere tra un’ampia gamma di fluidi biologici. I metodi convenzionali si basano sul rilevamento di antigeni oppure dell’attività enzimatica, ovvero su proprietà fisiche o biochimico-enzimatiche del fluido biologico, che possono essere tuttavia compromesse dall’azione di degradazione a seguito dell’esposizione ai diversi agenti e condizioni ambientali, specie se prolungata nel tempo.

Una strategia di indagine, particolarmente efficace e tecnologicamente avanzata, si basa sull’analisi del DNA con tecniche di biologia molecolare. Le analisi utilizzate per la tipizzazione del DNA a fini identificativi, non possono essere applicate per determinare la natura del fluido biologico, in quanto il DNA di un individuo è identico nelle cellule presenti nei  tessuti dei diversi distretti corporei, non consentendo perciò di identificare il materiale biologico dal quale il DNA  è stato estratto.

Grazie ad un nuovo approccio molecolare, che parte dall’esperienza maturata in ambito microbiologico, sembra essere ormai superata l’era dei test enzimatici fino ad oggi effettuati per rivelare la natura delle tracce biologiche; tale nuovo approccio è basato sull’individuazione di genomi procariotici.

Durante un convegno tenutosi presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il Dott. Vincenzo Romano La Spica, docente di Igiene Pubblica presso il Laboratorio di Epidemiologia e Biotecnologie dell’ Università Foro Italico di Roma, in collaborazione con i Carabinieri del R.I.S. di Roma, ha esposto quella che può essere definita un’innovazione nel mondo della medicina legale. Il team del Dott. La Spica ha sottolineato l’utilità, in ambito forense, del DNA della microflora, coniando un nuovo termine scientifico: il mfDNA (microflora DNA). Il termine microflora, anche se tecnicamente improprio, indica l’insieme di microrganismi, sostanzialmente esseri unicellulari, appartenenti ai regni degli Archibatteri delle Monere dei Protisti e dei Funghi. Anche i virus sono considerati, a torto, microrganismi, pur non essendo in senso stretto esseri viventi, in quanto sono costituiti d proteine lipidiche e DNA.

Questa innovativa scoperta si basa sul presupposto che popolazioni batteriche complesse colonizzano specificamente vari distretti corporei quali la cavità orale, la zona genitale ed anale. Ciascuna di queste regioni corporee tende a creare un equilibrio microbico stabile, generando una popolazione mista ma ben definita. Così ogni liquido biologico è sede di proliferazione di una specifica flora batterica; è allora possibile parlare di “firma microbica sulla scena del crimine”. La caratterizzazione molecolare di tale firma microbica può effettivamente portare all’identificazione univoca dei fluidi biologici e non solo.        Il DNA genomico delle microflore è quindi utilizzato come indicatore per l’identificazione della natura del materiale biologico rinvenuto sulla scena del crimine.  A tale scopo è stato ideato un kit  che, identificando determinate proprietà della microflora del fluido biologico, consente di fare una diagnosi di compatibilità o esclusione. Questo approccio è  particolarmente utile nell’identificazione della natura  delle tracce biologiche a partire da campioni degradati oppure repertati da molto tempo, laddove i test enzimatici non risultano idonei.

Un recente studio [S. Giampaoli et al. / Forensic Science International: Genetics 6 (2012) 559–564], ha mostrato come l’mfDNA sia idoneo per l’identificazione delle secrezioni vaginali. La mucosa vaginale è infatti caratterizzata da una complessa popolazione microbica che comprende, in condizioni non patologiche, numerosi microrganismi appartenenti al genere Lactobacillus. La loro identificazione è stata resa possibile grazie allo sviluppo di una multiplex RT-PCR utilizzando una miscela di oligonucleotidi specifici per il gruppo selezionato di batteri.  Il DNA batterico è stato estratto da tamponi vaginali, orali e fecali. I campioni vaginali hanno mostrato un forte segnale specifico per i batteri del tratto genitale; i campioni orali hanno mostrato un segnale specifico per i batteri presenti nella saliva, infine, il segnale principale nei campioni fecali era rappresentato da Enterococcaceae.

Tale lavoro scientifico, presentato  al 24th World Congress of the  International Society for Forensic Genetics che si è svolto a Vienna lo scorso anno, ha consentito, nel mese di Aprile, l’avvio della prima fase di sperimentazione su tracce reali, a cui stanno partecipando numerosi laboratori degli USA, Svizzera, Germania, Francia, Corea ed Italia (network Microfor).

 

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