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 a cura di:

Dr. Luigi Papi, Dr.ssa Stefania Fornaro, Dr.ssa Monica Pedretti e Dr.ssa Laura Roas

Sebbene l’analisi delle macchie di sangue sulla scena del crimine (nota col termine anglosassone di “Bloodstain Pattern Analysis”, BPA) sia stata sviluppata già dal tardo 1890, gli investigatori non compresero da principio il valore di questa scienza ai fini della ricostruzione della dinamica del delitto. Il primo studio noto relativo a tale metodica fu realizzato presso un Istituto di Medicina Legale in Polonia dal Dott. Eduard Piotrowski, autore del testo Uber Entstehung, Form, Richtung und Ausbreitung der Blutspuren nach Heihwundendes Kopfes(“Sull’origine, forma, direzione e

         

Per testare le sue teorie, il Dr. Piotrowski costruì pareti di carta di grandi dimensioni per raccogliere le macchie di sangue formatesi uccidendo conigli vivi; in questo modo realizzò numerose tavole a colori che mostrano i risultati dei suoi esperimenti. Il Dr. Piotrowski ripetè gli esperimenti variando la tipologia di  armi, la posizione dell’aggressore e la direzione dei colpi. 

 

In ambito giudiziario l’importanza dello studio delle macchie di sangue fu altamente valorizzata per la prima volta nel processo tenutosi nel 1955 che vedeva lo Stato dell’Ohio contro Samuel Sheppard, nel corso del quale il Dr. Paul Kirk, in qualità di esperto del settore, fornì una testimonianza tecnica ritenuta di estremo valore dalla Corte, tanto da ribaltare il giudizio di colpevolezza espresso nel processo di primo grado. Negli anni che seguirono, un ruolo di spicco nel campo della BPA fu occupato dal Dr. Herbert MacDonell che nel 1971 pubblicò il testo “Flight Characteristics of Human Blood and Stain Patterns”. Lo stesso MacDonell, nel 1983, insieme ad altri collaboratori, fondò l’International Association of Bloodstain Pattern Analysts (IABPA), associazione scientifica tuttora esistente e molto attiva.

Da allora, questo campo di studio ha continuato a crescere e svilupparsi divenendo un riferimento obbligato nelle indagini della scena del crimine.      Dalla fondazione della IABPA si assistette ad una sempre maggiore radicazione della BPA nel contesto dei processi penali anglosassoni, garantendo a tale metodica di indagine una dignità scientifica ed  ruolo di rilievo nell’ambito della varie discipline criminalistiche. Tuttavia, nel nostro paese la metodica della BPA riveste ancora un ruolo ancillare, relegata a nicchia specialistica nel contesto delle investigazioni medico-legali. Nel panorama italiano, il valore della BPA è stato in pratica scoperto col processo ad alto impatto mediatico del cosiddetto “caso Cogne”, al termine del quale si arrivò ad una sentenza di enorme importanza per questa disciplina in quanto per la prima volta il BPA veniva ritenuto dal Tribunale come possibile mezzo di prova scientifica, affermando che tale metodica “non può considerarsi una prova atipica, bensì una tecnica d’indagine riconducibile al genus della perizia, e pertanto non è necessario che la sua ammissione sia preceduta dall’audizione delle parti …<e che> non si basa su leggi scientifiche nuove o autonome bensì di quelle ampiamente collaudate da risalente esperienza, proprie di altre scienze … che, in quanto universalmente riconosciute e applicate, non richiedono specifici vagli di affidabilità da parte del Giudice”. Di fatto, dunque, il processo Cogne ha aperto alla BPA le porte nel nostro sistema giudiziario, valutandola alla stregua di qualunque altra attività scientifica o ad elevata specializzazione oggetto di consulenza tecnica o perizia ed il cui valore tecnico-probatorio è stato successivamente riaffermato in altri casi di cronaca nera altrettanto noti (v. omicidio di Perugia e di Garlasco). Tuttavia, la sentenza soprarichiamata non ha definito un aspetto fondamentale della controversia e cioè che occorre definire i criteri che consentano un pieno accreditamento in ambito processuale della metodica e degli esperti che presentino la stessa quale elemento probatorio. È necessario, dunque, per questa come pure per altre materie criminalistiche, stabilire una sorta di protocollo che consenta di attribuire reale credito alla metodica impiegata; al consulente tecnico o al perito sedicente esperto di BPA spetterebbe pertanto la dimostrazione di un’adeguata formazione oltre che di esperienza nel settore. A tal proposito, la IABPA organizza dei corsi di formazione teorico-pratici a vario livello ed organizzati in diverse sedi, sia in Europa che negli U.S.A., rivolti a specialisti nel settore scientifico-forense, finalizzati a fornire nozioni di base o avanzate per la ricostruzione della scena del crimine in base allo studio ed alla interpretazione delle macchie di sangue ed al termine dei quali è richiesto il superamento di un esame teorico-pratico per acquisire il titolo di esperto in BPA di primo o secondo livello. La BPA è una disciplina in cui convergono biologia, fisica e matematica e si fonda sull’analisi della dimensione, della forma e della distribuzione delle macchie di sangue sulla scena del crimine, al fine di ricostruire la dinamica degli eventi che le hanno originate. In particolare la BPA si prefigge i seguenti scopi: – individuare l’area di origine delle macchie; – stabilire la direzione, il meccanismo ed il tipo di impatto che ha prodotto le macchie; – aiutare a comprendere come il sangue si è depositato sugli oggetti repertati; – ricostruire la posizione e gli spostamenti di vittima, assalitore ed oggetti sulla scena del crimine; – supportare o confutare le ricostruzioni proposte.  Analizzando la scena di un crimine è possibile individuare diverse tipologie di macchie, che nel tempo sono state classificate sulla base di due criteri principali. In passato, infatti, si era soliti classificare le macchie in base al rapporto tra la velocità impressa alla fonte del sanguinamento e le dimensioni delle singole macchie di sangue (macchie a bassa, media ed alta velocità), mentre attualmente le principali fonti tassonomiche preferiscono adottare, come riferimento, il meccanismo di produzione.

 

Secondo questa ultima classificazione si possono individuare tre gruppi principali di macchie: passive, spatter e alterate – all’interno dei quali confluiscono ulteriori sottoinsiemi. Tale terminologia – proposta  ed in continuo aggiornamento per opera della SWGSTAIN (Scientific Working Group for Bloodstain Pattern Analysis)  principale organismo  deputato allo studio tassonomico in tema di BPA- è ad oggi accreditata dalla IABPA (International Association of BPA) di cui fanno parte i massimi esperti del settore.

Come sopra richiamato, di particolare importanza,  nella ricostruzione della dinamica degli eventi nella scena criminis, risulta stabilire l’origine delle macchie di sangue prodottesi con meccanismo di proiezione. Di fatto, per ottenere ciò, il primo passo da compiere è rappresentato dalla selezione delle macchie, cercando di risalire a quelle appartenenti ad un unico pattern, ossia il gruppo di macchie prodottesi a seguito di un’unica momento eziologico.  Individuati i patterns da proiezione, è necessaria un’ulteriore cernita basata sulle dimensioni e la morfologia delle macchie, sulle quali verrà poi calcolato il così detto angolo d’impatto, ossia l’angolo (<90°) formatosi tra la goccia e la superficie su cui essa impatta,  dal quale poi sarà possibile calcolare l’area di convergenza e quindi risalire, con necessarie approssimazioni alla posizione nello spazio della fonte del sanguinamento. L’area di origine può essere determinata con metodo manuale o matematico; nel primo caso si ricorre all’impiego di fili che intersecandosi mostrano visivamente il punto di partenza delle proiezioni di sangue.       Immagine tratta dal telefilm “Dexter”, il cui protagonista è un esperto dello studio delle macchie di sangue della Polizia di Miami. Il modello matematico richiede l’impiego di particolari formule che sono poi state impiegate per lo sviluppo di softwares  che semplificano il calcolo sebbene richiedano l’introduzione di numerose variabili che talora possono renderne indaginoso l’impiego. Come in genere si richiede agli operatori che intervengono sulla scena del crimine, anche chi esegue la BPA, deve attuare precisi comportamenti consistenti in un’attenta osservazione dei dettagli, nel catalogamento delle macchie e nel fotografare gli ambienti con gli opportuni riferimenti. Lo studioso di BPA, in particolare, sa di dovere porre attenzione anche all’eventuale assenza di tracce, laddove queste siano verosimilmente attese. Quanto fin ad ora descritto costituisce solo una semplice e superficiale introduzione alla metodica della BPA, scienza in verità assai complessa e fondata su rigorose regole fisico-matematiche ed il cui impiego in ambito criminalistico in Italia è tutt’oggi alquanto limitato e sostanzialmente riservato a pochi selezionati specialisti delle Forze dell’Ordine. È pertanto auspicabile che tale branca forense possa godere in un prossimo futuro anche nel nostro Paese, come già avvenuto in molte altre nazioni, di una adeguata diffusione ed implementazione, al fine di accrescere le conoscenze scientifiche e di garantire l’indispensabile contraddittorio tecnico in ambito processuale senza necessità di dover ricorrere ad esperti stranieri (come avvenuto nel caso Cogne).      

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  1. molto interessante, complimenti alla Dr.ssa Spinetti e ai relatori

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