/ area criminalistica, copertina, notizie/ 0 comments

L’uomo da sempre ha cercato di superare i limiti dell’osservazione sensoriale con il ricorso ad altre risorse in grado di potenziare la capacità cognitiva, a vantaggio di un miglioramento dei risultati ottenuti. Questo approccio è una caratteristica quasi esclusiva del genere umano, rispetto al mondo animale che invece ripone maggior affidamento sulle proprie risorse cognitive, tant’è che si ritiene possa aver inciso sfavorevolmente addirittura sulla evoluzione delle capacità sensoriali umane tra cui, ad esempio, l’involuzione della capacità olfattiva dell’uomo, determinata proprio dal minor utilizzo di questo senso[1]. Nel tempo la nostra capacità di percepire la realtà attraverso i sensi è diventata   inversamente proporzionale all’evoluzione tecnologica raggiunta.

Questo fenomeno si osserva anche nel settore ricerche dove il sempre più frequente ricorso a strumentazioni tecnologiche (sistemi di localizzazione, rilevazione radar o sonar, ecc..) o risorse naturali, tra cui il fiuto del cane, determina negli stessi specialisti e, di conseguenza nei responsabili delle attività di ricerca, una atrofizzazione delle più comuni e tradizionali capacità percettive che invece sono in grado di apportare informazioni preziose. In altri termini, porre la massima attenzione esclusivamente alla lettura dei dati provenienti dal mezzo utilizzato riduce la propria capacità percettiva della realtà osservata, così invece di realizzare un aumento delle capacità cognitive, perdiamo informazioni preziose. È evidente che uno strumento specialistico ha motivo di essere adottato solo se consente non solo di acquisire informazioni e risultati non altrimenti ottenibili ma anche di non disperdere altre informazioni. Questo dovrebbe far riflettere lo specialista quando entra in un contesto di ricerca perché non è sufficiente essere i più bravi nel saper utilizzare lo strumento specialistico oppure disporre della migliore tecnologia o del miglior cane.

Gli errori che possono derivare da questo tipo di approccio possiamo definirli di “distorsione prospettica”, traslando un termine fotografico con cui si definisce sostanzialmente una visione alterata della prospettiva reale prodotta dagli obiettivi telescopici, che riassume in sé una serie di effetti collaterali dal potenziale negativo che possono arrivare anche ad inficiare l’esito delle ricerche soprattutto in ambito forense, tra cui:

  1. La “visione virtuale”, ossia una osservazione della realtà derivante esclusivamente dalla lettura dei dati provenienti dallo strumento  utilizzato. In sintesi, ciò che non viene rilevato dallo strumento non esiste per l’operatore;
  2. Il “risultato delegato”, direttamente connesso con la visione virtuale, si determina quando l’operatore non sottopone ad una valutazione critica le rilevazioni strumentali con le altre percezioni sensoriali.
  3. Il “condizionamento bidirezionale” che si realizza quando l’operatore influenza lo strumento utilizzato e, a sua volta ne rimane condizionato;
  4. L’ “appiattimento prospettico” si verifica quando  si ritiene che l’intera attività di ricerca dipenda dallo strumento utilizzato. Una visione che spesso in campo investigativo porta a ritenere, ad esempio, che ogni indagini nasca e si risolva in laboratorio.

Per comprendere il concetto di visione virtuale, possiamo immaginare un esempio estremo in cui un esperto di mappe giunga alla conclusione che una struttura esistente nella realtà di fatto non esiste solo perché sulla sua cartina non è riportato. Questo esempio, ovviamente paradossale, dà tuttavia l’idea del rischio che si incorre nel non testare i risultati strumentali con le informazioni ambientali che in caso di contrasto possono prevalere su quelli strumentali, potendo così produrre un risultato del tutto inattendibile nonostante l’utilizzo ineccepibile dello strumento (cd. Risultato delegato).

In  altri casi si verifica che l’operatore condizioni anche inavvertitamente lo strumento utilizzato ottenendo, anche in questo caso, un risultato sostanzialmente inaffidabile. Il condizionamento a cui si fa riferimento è quello che deriva da una errata valutazione dell’attività di ricerca da svolgere, introducendo dei vincoli basati, ancora una volta, non sull’osservazione della situazione reale, ma su una valutazione astratta di alcuni parametri (cd. Condizionamento bidirezionale). Ad esempio, nel corso di una ricerca su area boschiva, se l’operatore in fase di preparazione ritiene che in alcune zone vi sia scarsa probabilità di trovare l’oggetto della ricerca, tenderà a non considerare alcuni segnali che riportano in quella zona e, a sua volta, condizionerà lo strumento utilizzato distraendolo da tutte le attivazioni provenienti da quelle aree.

Più complesso è il concetto di appiattimento prospettico. Se da un lato è corretto tenere sempre presente quali siano i limiti e le potenzialità dello strumento utilizzato, non bisogna perdere di vista che sono le esigenze a scegliere lo strumento o gli strumenti da utilizzare e non il contrario. In altri termini nell’accostarsi ad una attività di ricerca può accadere che lo specialista, ma anche chi richiede l’intervento, non abbia ben chiaro quali siano le esigenze reali della ricerca, oppure ritenga che esse si esauriscano con l’uso di strumenti specialistici. Da qui deriva la convinzione che il risultato ottenuto dall’impiego dello strumento, esaurisca nel bene o nel male ogni aspetto della ricerca, creando sostanzialmente una visione appiattita dell’intera indagine. È ricorrente questo fenomeno ad esempio con l’impiego di cani per la ricerca di sostanze stupefacenti, per cui in caso di risultato negativo si genera la convinzione nel conduttore ed in chi ha richiesto l’intervento, che la sostanza non vi sia anche quando si hanno dati informativi che farebbero pensare il contrario. Più in generale lo specialista tende ad assumere una visione totalitaria delle ricerche arrivando a considerare il proprio risultato in senso assoluto.

Questi effetti, che in alcuni casi si sommano tra loro,  neutralizzano i vantaggi costituiti dalle enormi potenzialità dello strumento specialistico utilizzato, per cui un operatore in grado di prevenirli offre sicuramente un valore aggiunto in termini di affidabilità e di qualità dei risultati. Soprattutto nel campo delle ricerche forensi la capacità di evitare le distorsioni prospettiche  fa la differenza tra un comune specialista ed uno specialista forense, a parità di strumenti e tecniche utilizzate.

Sicuramente il punto di partenza è costituito da un diverso abito mentale con cui affrontare l’addestramento e, successivamente, l’impiego. Se fino ad oggi gli step principali erano costituiti dalla conoscenza dello strumento e dall’affiatamento con quest’ultimo, è quanto mai necessario aggiungere una terza fase di training nella quale lo specialista affina le proprie capacità e percezioni sensoriali per integrarle con le capacità offerte dallo strumento. Questo vuol dire superare una concezione limitante, ma molto diffusa, secondo la quale lo specialista è solo colui che sa usare  e leggere uno strumento e non anche una persona in grado di raccogliere ed analizzare molte altre informazioni che non derivano necessariamente solo dallo strumento utilizzato. Una risorsa preziosa che non solo aumenta le possibilità di successo, ma evita anche i danni spesso irreparabili determinati dai comportamenti sopra osservati. In una recente esercitazione, ad esempio, squadre cinofile di diversa formazione che si sono trovate ad operare congiuntamente nella ricerca di persone scomparse a seguito di attività criminale, hanno completamente ignorato tracce importantissime, tra cui anche le stesse armi che erano state disseminate dai criminali lungo gli itinerari, proprio perché gli operatori concentravano la loro attenzione esclusivamente sulle reazioni del cane perdendo di vista ogni informazione ambientale rilevabile autonomamente.

Il metodo proposto invece consente di evolvere dall’osservazione specialistica all’osservazione multiselettiva. Quest’ultima, in fase di pianificazione, permette  di individuare più piani attraverso i quali strutturare la fase operativa. In questo tipo di organizzazione l’impiego dello strumento diventa, quindi, un mezzo di osservazione che si integra con altre attività svolte dall’operatore separatamente o congiuntamente all’impiego dello strumento specialistico. L’approccio all’attività viene quindi sviluppato su più livelli ottenendo una maggior mole di informazioni che poi dovranno essere armonizzate ed elaborate nella fase di refertazione delle attività, altro momento fondamentale anche se spesso ritenuto secondario o addirittura ignorato.

Per prevenire alcune perplessità, spesso derivanti da una concezione compartimentale delle attività di ricerca ormai superata, è necessario sottolineare che l’osservazione multiselettiva non determina uno sconfinamento in competenze altrui, ma serve ad esaltare e valorizzare le capacità dell’operatore che non è un mero “conduttore” o “utilizzatore” di uno strumento sofisticato ma una persona che in fase operativa è in grado di raccogliere e non disperdere preziose informazioni che vanno ad aggiungersi a quelle derivanti dallo strumento utilizzato.

Le tecniche di osservazione multiselettiva saranno oggetto di insegnamento nel corso IRPS.

[1] In realtà alcuni studi spagnoli dimostrerebbero, al contrario, che l’H. Sapiens abbia l’area cerebrale destinata all’elaborazione delle percezioni olfattive più  sviluppata del 12% circa rispetto all’  H. Neanderthalensis. (vds. Studio condotto da Markus Bastir, Antonio Rosas, Philipp Gunz, Angel Peña-Melian, Giorgio Manzi, Katerina Harvati, Robert Kruszynski, Chris Stringer & Jean-Jacques Hublin Evolution of the base of the brain in highly encephalized human species Nature Communications, December 13, 2011)

Leave a Comment