Alessandra Bacci/ agosto 5, 2014/ Bioarcheologia forense/ 0 comments

Lo studio tafonomico, attraverso la valutazione del grado di conservazione di ogni elemento scheletrico e della relativa disposizione, permette di ricostruire le modalità di avvenimento di ogni processo verificatosi prima, durante e dopo le attività di deposizione e/o occultamento del cadavere, costituendo uno strumento di analisi fondamentale in ogni caso – archeologico o forense – di rinvenimento di resti scheletrici.

Con il termine tafonomia sono abitualmente designate le condizioni di conservazione o alterazione degli elementi organici avvenute dopo il seppellimento; lo studio delle quali consente di definire il passaggio del cadavere dalla biosfera alla litosfera, ovvero dalla sfera del vivente all’inanimato mondo minerale, e di comprendere le dinamiche sepolcrali all’origine della deposizione.

Per comprendere una sepoltura è sempre necessario considerare che il morto, prima di essere scheletro, era innanzitutto un cadavere.  Il processo di decomposizione del cadavere, che conduce alla sua scheletrizzazione, dipende dalla concomitanza di diversi fattori di natura sia endogena – con origine interna all’organismo stesso – sia esogena. L’identificazione dell’entità e della tipologia di intervento degli agenti esogeni – quale ad esempio la scarnificazione ad opera di animali necrofagi, in caso di deposito in spazio aperto – può fornire interessanti informazioni sul tipo di deposizione, sulla presenza o meno di elementi di protezione del cadavere,  sull’esistenza o meno di una sepoltura a carattere intenzionale.

Al momento del ritrovamento di resti scheletrici umani è innanzitutto necessario stabilire se ci si trovi effettivamente in presenza di una sepoltura. In tal caso se ne deve distinguere il carattere primario o secondario del deposito, ovvero dimostrare se – al momento del suo sopraggiungere nel luogo di rinvenimento – il soggetto era allo stato di cadavere o di scheletro. Nella deposizione primaria il cadavere si decompone nel luogo stesso di seppellimento, nella deposizione secondaria il luogo di decomposizione è diverso dal sito di rinvenimento, per cui i resti del defunto sono oggetto di due manipolazioni distinte e consecutive. Il cadavere è inizialmente deposto in un luogo provvisorio, in cui avviene la decomposizione, e solo in seguito lo scheletro – o solo una parte di esso – è trasferito nella sua collocazione definitiva.  In questo caso il luogo di rinvenimento è solo il sito di seppellimento e pertanto non conserva i prodotti della decomposizione e le informazioni della deposizione che sono avvenute altrove.

L’osservazione delle connessioni anatomiche dello scheletro permette di dimostrare se le parti molli, che assicuravano la coesione delle articolazioni, erano ancora conservate al momento della deposizione e di individuare la tipologia di giacitura. La conservazione delle connessioni labili – che si dissolvono rapidamente e riguardano principalmente il tratto cervicale della colonna vertebrale, le mani, le falangi del piede – implica un intervallo breve tra il decesso e la deposizione del cadavere. La loro preservazione definisce con la massima certezza una giacitura primaria, ma è impossibile stabilirne la cronologia assoluta in relazione alla consistente variabilità delle condizioni ambientali e climatiche.

È necessario altresì considerare che non sempre una sepoltura primaria conserva l’originaria disposizione scheletrica: distorsioni anche di notevole  entità dipendono da un fattore tafonomico universale, l’azione di gravità terrestre, che si manifesta in modo diverso a seconda della posizione del corpo e della struttura che lo contiene. L’azione di gravità è determinata dalla scomparsa delle parti molli del cadavere che libera il volume del corpo e crea degli spazi vuoti nei quali le porzioni scheletriche possono collocarsi al dissolversi dei legamenti creando nuove disposizioni, quali l’appiattimento della cassa toracica, la dislocazione parziale della colonna vertebrale, il collasso del bacino. I movimenti dello scheletro variano sensibilmente in relazione alla posizione del corpo e alla tipologia di giacitura, se in spazio pieno o in spazio vuoto. Un deposito non è assimilabile ad uno spazio vuoto quando le ossa, a seguito della scomparsa delle parti molli, si mantengono all’interno del volume originario; lo spazio pieno implica che la terra di seppellimento sia a contatto diretto del cadavere o di elementi labili e deperibili, quali il vestiario del defunto. Il riempimento è considerato progressivo quando i resti scheletrici, nonostante la condizione di instabilità rispetto al volume interno del corpo, conservano le connessioni e preservano la posizione originaria, in quanto il sedimento si sostituisce agli elementi deperibili del corpo nel momento stesso della loro decomposizione. Si tratta invece di riempimento differito quando il cadavere è protetto da tessuti o altri elementi degradabili – ma maggiormente resistenti alla dissoluzione rispetto ai tessuti molli – che impediscono una immediata infiltrazione del terreno e consentono una maggiore dislocazione delle ossa. La deposizione in spazio vuoto, infine, implica una decomposizione del corpo in uno strato mobile che consente una fuoriuscita libera delle varie componenti scheletriche dal volume originario.

Concludendo, lo studio della posizione dei resti scheletrici consente di individuare se il cadavere è stato occultato, tramite seppellimento in piena terra (spazio pieno) o con l’ausilio di elementi protettivi (spazio vuoto), oppure se è stato abbandonato in spazio aperto:  caso in cui è possibile ricostruire le circostanze dell’evento traumatico – accidentale o volontario – tramite l’esame delle dinamiche perimortali.

a cura di Fulvio Bartoli e Alessandra Bacci

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